Les Pierres de Serpent – REDI – Esperienze intorno a diverse cose naturali (1671)

ESPERIENZE
intorno a diverse cose
NATVRALI,
e particolarmente a qvelle,
che ci son portate dall’indie
fatte
DA FRANCESCO REDI
e scritte in vna lettera
al reverendissimo padre
ATANASIO CHIRCHER
della compagnia di giesv.

in firenze,
_______________________
All’Inſegna della nave. mdclxxi.
Con luenza de’ Superiori.

(…)

(…)

REVERENDISSIMO PADRE.

L’ONORE, che mi avète fatto d’inviarmi voſtre lettere, ſiccome da me non era mai ſtato ſperato, così arrivandomi improvviſo, mi ha ripieno l’animo d’una indicibile contentezza; ed ancorchè io creda, che quelle lodi, che mi date, ſieno figliuole non di merito mio alcuno, ma bensì della voſtra bontà, e della voſtra gentilezza, la quale ha avuta forſe un’amorevole intenzione di darmi animo, e di farmi prender cuore a proſeguire nello ſcrivere quelle naturali oſſervazioni, ed eſperienze, che negli anni addietro ho fatte, ed alla giornata, per mio paſſatempo, vo facendo; contuttociò vi confeſſo, che dolcemente mi ſolleticano, e mi luſingano; e moſtrerrei d’eſſer privo del bene dell’Intelletto, o per lo meno d’eſſere un ruvidiſſimo, e quaſi inſenſibile Stoico; ſe gratiſſime non mi foſſero quelle lodi, che mi vengono da un par voſtro, cio è a dire da un’uomo lodato, e per tante opre famoſe rinominatiſſimo.

Io ve ne reſto obbligato; e ſe ſapeſſi trovar parole accomodate, ve ne renderei di buon cuore le debite grazie, ſìccome ve ne rendo quella piccola particella, che so, e vaglio, per l’avviſo, che vi è piaciuto darmi delle due ſalutifere eſperienze fatte in Roma, una da Voi in un Cane, l’altra dal Signor Carlo Magnini in un’uomo, con quella Pietra che, nata nella teſta d’un certo velenoſiſſimo serpente indiano, dicono, che ſia ſomma, poſſente, ed infallibile medicina alle morſure di tutti quanti gli animali velenoſi. Ma perchè

Io veggio ben, che giammai non ſi ſazia

Noſtro intelletto, ſe ’l ver non lo illuſtra

e perchè so ancora quanto dalla candidezza dell’animo voſtro amata ſia la ſaldezza, ed il bello di queſto vero, mi prenderò ardire di dirvi, che ſon già alcuni anni, che ho cognizione di queſta pietra; e delle ſue virtù in diverſi tempi ho fatto molti eſperimenti, l’eſito de’quali qui appreſſo con ogni ſincerità intendo di raccontarvi, ſecondo che gli occhi miei medeſimi più, e più volte mi anno fatto vedere. Nè v’ingombri di maraviglia il ſentire, che d’altronde che da Voi io n’abbia avuta cognizione, perchè vi è noto, che ho l’onore di ſervire in una Corte, alla quale da tutte le parti del Mondo corrono tutti que’ grand’uomini che, con i loro pellegrinaggi, van cercando, e portando merci di virtude; e quando vi arrivano, ſon con maniere così benigne accolti, che nella Città di Firenze confeſſano eſſer rinati gli antichi delizioſiſſimi Orti de’Feaci, e nel Sereniſs. Granduca Coſimo Terzo, e negli altri Sereniſſimi Principi la reale, corteſiſſima affabilità del Re Alcinoo.

Vi dico dunque, che fin nell’anno 1662. ſul terminar dell’inverno, ritornati dall’Indie orientali capitarono alla Corte di Toſcana, che allora ſi tratteneva alle cacce di Piſa, tre Padri del venerabile ordine di San Franceſco volgarmente detti Zoccolanti, i quali da que’ paeſi avendo portate molte curioſità, ebbero l’onore di farle vedere al Sereniſs. Granduca Ferdinando Secondo, di eterna, e glorioſa memoria; e fra l’altre fecero pompoſa moſtra d’alcune Pietre, che appunto, come Voi mi ſcrivete, affermavano trovarſi nel capo di certi serpenti deſcritti da Garzia da Orta, e chiamati da’ Portugheſi Cobras de Cabelo; e che in tutto quanto l’Indoſtan, e nelle due vaſtiſſime Peniſole di qua, e di la dal Gange, ma particularmente nel Regno di Quam-sy, con provato eſperimento, ſervivano d’antidoto ſicuriſſimo poſte ſul morſo delle vipere, degli aſpidi, delle ceraſte, e di tutti gli altri animali, che o co’ morſi, o con le punture avvelenano; e ſu tutte quante le ferite ancora fatte, o, con frecce, o, con altre armi avvelenate: E dicevano di più che era tale e tanta, e così miracoloſa la ſimpatia di quelle pietre col veleno, che ſubito, che ſi accoſtavano alla ferita, ſi appiccavano a quella tenaciſſimamente a guiſa di piccole coppette; e non ſi ſtaccavano fino a tanto, che tutto ’l veleno ſucciato non aveſſero; ed allora, da ſe medeſime ſtaccandoſi, cadevano a terra, laſciando l’animale ſano e libero dalla mortifera malizia, che l’opprimeva; quindi per purgarle dall’imbevuta velenoſità, affermavano que’ buon Padri, eſſer neceſſario lavarle col latte munto di freſco, ed in quello tenerle in molle fino a tanto, che tutto ’l veleno rivomitato aveſſero nello ſteſſo latte, il quale, di bianco che è, diventa d’un certo colore fra ’l giallo ed il verde: Ed acciocchè di tutto queſto racconto più pronta fede lor foſſe data, ſi oflerirono francamente di farne tante prove, quante a’ più curioſi, e men creduli foſſero per eſſere a piacere; rendendoſi certi, che da queſte i Medici avrebbon toccato con mano, che non diſſe menzogna Galeno, quando nel cap. 14. del primo lib. delle facult. natur. ſcriſſe, che ſi trovano alcuni medicamenti, i quali attraggono il veleno in quella ſteſſa guiſa, che la calamita tira il ferro. Senza dare all’opra alcuno indugio fu incontanente ordinato, che foſſe uſata diligenza di trovar delle Vipere: ed in queſto mentre il Signor Vincenzio Sandrini, uno degli eſpertiſſimi operatori della Spezieria del Sereniſſimo Granduca, avendo più diligentemente riguardate quelle pietre, gli ſovvenne di tenerne già lungo tempo alcune in cuſtodia, ed avendole trovate e moſtrate a que’ Religioſi, confeſſarono, che quelle erano della ſteſſa generazione delle loro, e che forſe, anzi ſenza forſe, avrebbono avute le virtù medeſime.

Io di queſte pietre ne ho molte, e ſon di color nero ſimile a quello del paragone, liſce, e luſtre come ſe aveſſero la vernice; alcune anno da una parte una macchia bigia; alcune l’anno da tutte due le bande; altre ſon tutte nere, e ſenza macchia veruna; ed altre nel mezzo anno un certo colore bianco ſudicio, ed all’intorno ſon tinte d’un mavì ſcolorito: La maggior parte ſon di figura per appunto come quella delle lenti, ve ne ſono però alcune bislunghe; e delle prime, le maggiori, che io abbia vedute, ſon larghe quanto un groſſo, e le minori di poco non arrivano alla grandezza d’un quattrino. Ma grandi, o piccole che elle ſieno, poco variano fra di loro nel peſo, perchè le maggiori per lo più non paſſano un danaio e diciotto grani, e le minori peſano un danaio e ſei grani: A queſti giorni però ne ho veduta e provata una, che peſa ſei grani piu d’un quarto d’oncia, ed è larga poco più di un teſtone; ed acciocchè Voi poſſiate confrontare la figura delle mie con la voſtra, ve ne mando qui alcune diſegnate nella Tav. Prima.

Non fu la fortuna punto favorevole a’ comuni deſideri; imperocchè per la ſtagione, che fuor del ſolito molto era fredda, non avendo per ancora cominciato le Vipere a ſcappar fuora da que’ ſaſſi, tra’ quali tutto l’inverno ſtanno acquattate, non fu poſſibile per allora, che ſe ne trovaſſe ne pure una, la quale foſſe il caſo per quella faccenda, che far ſi volea: Laonde fu determinato, che il giorno ſeguente ſi metteſſe la virtù delle pietre al cimento con altri veleni; ed a queſto fine ſi radunarono molti de’ più savi e de’ più accreditati Filoſofi, e Medici dello Studio di Piſa, deſideroſi di veder per opra ciò, che quei Padri con parole davano ad intendere.

Tra’ veleni, che infuſi nelle ferite ammazzano, eleſſero coſtoro come potentiſſimo quello dell’Olio del Tabacco, ed infilato un’ago con refe bianco addoppiato, unſero il refe per la lunghezza di quattro dita a trauerſo; quindi pungendo la coſcia d’un galletto con quell’ago, fecero paſſarvi il refe inzuppato di olio, e ſubito da uno di que’ Religioſi fu poſta ſopra la ferita ſanguinoſa una di quelle ſue pietre, la quale, conforme che era ſtato predetto, vi ſi appiccò tenacemente, ma ciò non oſtante, paſſato che fu lo ſpazio di un’ottavo d’ora, il galletto caſcò morto, del che que’ Religioſi reſtarono così pieni di meraviglia.

Come chi mai coſa incredibil vide.

Ma non tenendoſi per ancora ne contenti, ne appagati, anzi nella loro credenza oſtinatiſſimi, col medeſimo refe, unto di nuovo col olio, avvelenarono di lor propria mano la ferita di un’altro galletto, che come il primo in breviſſimo tempo morì, nulla avendogli giovato le predicate virtù della pietra, il che sì nuovo, e sì ſtrano a loro parve, che vollero tentare anco la terza eſperienza, la quale fu poi cagione, che molte altre il giorno ſeguente ſe ne faceſſero: imperciocchè, avendo fatto paſſar dentro alla coſcia deſtra del terzo galletto quello ſteſſo refe, col quale era ſtato avvelenato e morto il ſecondo, e meſſa in opra la pietra, non ſolo ei non diede ſegno di futura morte, ma ne anco di preſente malattia. Il perchè fu giudicato opportuno ferirlo la ſeconda volta con una lancetta ſotto l’ala deſtra; e ſu la ferita che ſanguinava ſi ſtillarono alcune gocciole di olio di tabacco, e ſubito appiccatavi ſopra una pietra, non ſi potè conoſcere, che il veleno gli aveſſe portato un minimo detrimento. Solamente travagliò molto, e parve che aveſſe molto male, dopochè per la terza volta fu punto nella coſcia ſiniſtra coll’ago infilato di refe intinto, e bene inzuppato in quel mortaliſſimo olio, ma con tutto ciò poch’ ore paſſarono, che ei ritornò nel ſolito, e priſtino ſuo vigore, e la mattina ſeguente, ſaltellando, e cantando, diede a divedere, che era più volonteroſo di cibarſi, che di morire.

Di queſto avvenimento preſero grand’allegrezza, e piacere i fautori delle pietre, e sì ne ripreſero animo tutti, che baldanzoſamente, e con iſtantiſſima ſollecitudine addimandarono, che foſſero portati altri animali, e di diverſe ſorte; il che eſſendo ſtato eſeguito, furono fatte con la loro morte moltiſſime eſperienze, le quali tutte evidentiſſimamente dichiararono, che quelle pietre non aveano valore, ne virtù alcuna medicinale contro al velenoſo olio di tabacco. Ma perchè non di rado a guiſa di rigoglioſo rampollo, a piè del vero uol pullulare il dubbio; quindi avvenne, che alcuni dubitarono, ſe per avventura tutti queſti animali foſſero morti non per mancanza di virtù nelle pietre, ma piuttoſto per eſſere ſtate le membra loro paſſate da banda a banda coll’ago, e per conſeguente avendo la ferita due bocche; neceſſario era l’aver’ appiccato due pietre, e non una, come ſempre ſi era fatto; ma fu tolta via ben toſto queſta difficultà dalla morte di alcuni galli piagati in prima, e poſcia ſovvenuti, e medicati con due pietre.

Non è da dimenticare il dirvi, che eſſendo ſtati feriti in uno ſteſſo momento, nella ſteſſa parte, con ferita di ugual grandezza, due capponi, ed eſſendoſi ad uno applicate le pietre, ed all’altro no; quello delle pietre morì alcuni minuti prima dell’altro, e queſto giuoco avvenne alcune altre volte in diverſi uccelli, e in diverſi altri animaletti quadrupedi: e forſe non ſarebbe fuor di ragione il credere, che ſerrate dalle pietre le bocche della ferita, e proibito a quella il far ſangue, e col far ſangue l’uſcita di qualche particella di veleno, era il dovere, che ne ſeguiſſe più preſtamente la morte.

Altre molte, e ſimili prove ho fatte vedere in altri tempi a moltiſſimi Valentuomini, tra’ quali potrei nominarvi alcuni Padri della voſtra venerabiliſſima Compagnia di Giesù, ed in particolare il P. Antonio Veira famoſiſsimo Predicator Portugheſe, il Padre Adamo Adamando celebre profeſſore di Matematica, il Padre Eraſmo Scales, ed il Padre Anton Michele Vinci Lettori di Teologia, e di Filoſofia nel voſtro Collegio Fiorentino, e finalmente il Signor Matteo Campani Virtuoſo molto ben conoſciuto da tutti i Letterati del Mondo per le ſue nobiliſſime, ed utiliſſime invenzioni.

Niente, o poco infino a qui provato avrei contro alle menzognere doti delle pietre con le ſole eſperienze dell’olio del tabacco, s’io non aveſſi ancora da potervi ſoggiugnere, che anco a i mortiferi morſi delle vipere non portano giovamento, ne ſollievo; e molti poſſono al mio dire vera e viva teſtimonianza rendere, e particularmente un Padre pur della voſtra venerabiliſſima Compagnia, chiamato il Padre Marracci, uomo ſavio molto, e delle coſe dell’Indie pratico e ſagace, in preſenza del quale da quegli adirati serpentelli furono morſi molti animali, che tutti furono meſſi a morte, non avendo trovato aiuto alcuno, ne rimedio di guarire in quelle pietre medeſime, nelle quali moltiſſima fede in quel tempo quel buon Padre avea: Ed ora mentre vi ſto ſcrivendo, io ne ho di nuovo con vipere portate da Nalpoli, e pigliate nelle noſtre convicine collinette, ne ho, dico, più e più volte fatte, e reiterate l’eſperienze, per rendermi più certo di quello, che già mi era certiſſimo. E tra l’altre, mi ſovviene che il di nove di Maggio alla preſenza di molti uomini dottiſſimi feci mordere da quattro vipere quattro piccioni, che medicati con quattro pietre morirono dieci minuti dopo, che furono avvelenati; ed il ſimile quaſi avvenne a quattr’altri galletti, tre de’ quali caſcaron morti nello ſpazio di venti minuti, o poco più; ma il quarto, che ſchiamazzando, e dibattendoſi, eraſi fatta ſtaccar la pietra, non morì ſe non paſſate cinqu’ore. E di più dopo tante prove, non fidandomi io della bontà delle mie pietre, ne di quelle del Sereniſs. Granduca, ne miſi in opera un’altra del Signor Dottor Giovambatiſta Cheluzzi celebre profeſſore di Medicina nella Città di Firenze, donatagli da un Padre Domenicano tornato dall’Indie; ma anco queſta la trovai, come tutte quante l’altre, povera, anzi mendica di ogni proprietà, e virtù contro il veleno delle vipere, e contro quello degli ſcorpioni affricani. Io aveva ricevuto di freſco molte di queſte beſtiuole, fatte venire di Tuniſi, e da me già deſcritte, nelle mie Eſperienze intorno alla generazione degli inſetti: Onde nel meſe di Giugno feci pugnere a quattro di eſſe quattro piccioni torraiuoli nella parte più carnoſa del petto, poſcia applicai loro il remedio delle pietre, ad onta delle quali morirono i piccioni tutti a quattro nel tempo d’ un’ora; ma un cappone, dopo che fu ferito e medicato, indugiò ſett’ore a morire, e diciotto ne indugiò un porcellino d’India, anch’eſſo ferito da uno ſcorpione di Tuniſi, e medicato con vna pietra delle più belle, e delle più grandi. Contutto ciò non è che io non creda; che il cane medicato da Voi con la voſtra Pietra, e l’uomo ferito dalla vipera, e con la medeſima pietra dal Signor Carlo Magnini non iſcampaſſero dalla morte. Io lo credo, lo tengo per veriſſimo, e gli do tanta fede, quanta ſi conviene a qualunque verità più evidente: Ma non fia gia ch’io voglia penſare, che il loro ſcampo foſſe effetto della Pietra; ma ben sì foſſe effetto de la forza d’una robuſta natura, gagliarda, e riſentita, che valoroſamente combattendo ſuperò alla fine il veleno della vipera, la quale potette abbatterſi a non aver le ſolite forze, ne il conſueto vivaciſſimo brio: Ovvero quell’avvenimento fu uno ſcherzo, per così dire, del caſo, di cui molto ſovente, anche da’ più ſubblimi ingegni comprender non ſi poſſono le cagioni; E pure talvolta ſi comprendono, ſe diligente ed accurata vi ſi faccia ſopra la rifleſſione, che è valevole a ſcoprirle, inſieme con gli aſcoſi inganni, e con le fallaci apparenze.

(…)

È già tempo, che, tralaſciate così lunghe digreſſioni, io ritorni al primo, e principal filo del mio ſcrivere, e che con ogni affetto io vi preghi, e vi ſupplichi a voler di nuovo, ſopra altre beſtie ferite dalle vipere, eſperimentar la natura della voſtra Pietra del ſerpente Cobra de Cabelo, perchè ſe dopo molte prove accuratamente fatte, toccherete con mano, che ella ſia veramente dotata di tanta virtù da poter guarire le punture, e i morſi degli animali velenoſi; ſarà neceſſario, ch di buon cuore io confeſſi d’eſſermi infino a qui ingannato, e la voſtra pietra eſſer delle buone, e delle legittime; e quelle ch’io mi trovo appreſſo di me, eſſer tutte falſe, e adulterate: E ſe per lo contrario voi rinverrete, che anco la voſtra Pietra non abbia virtù alcuna, godremo unitamente della gloria di aver ritrovata una verità, e di avere ſvelata una menzogna, che talvolta poteva eſſer cagione della morte di qualchè Galantuomo, che morſo dalla vipera, o dal cane rabbioſo, o ferito da ferro avvelenato, ricuſando ogni altro medicamento, aveſſe fondata tutta la ſperanza di ſua guarigione in queſte pietre, le quali, per dirla come io l’intendo, ſon tutte adulterate, o fattizie, o ſe pure ſono ſtate generate nella teſta di quel ſerpente chiamato Cobra de Cabelo, ovvero Serpente Cappelluto, elle non anno potenza contro al veleno della vipera, dell’olio del tabacco, e delle frecce del Bantan, o di Macaſſar; e ſe di qualchè forza d’aleſſifarmaco ſon dotate, al più al più ſi può concedere, che vaglia ſolamente contro a’ ſoli morſi di quel ſerpente, nella teſta del quale anno avuto il naſcimento, che, così ſenza giunta di favole, ſcrive nel capitolo del ſerpente Gen-to, della ſua Flora Chineſe, il Padre Michele Boim Gieſuita, appreſſo del quale ſia della verità la fede; perchè in quanto a me voglio credere, come ho detto di ſopra, che queſte noſtre pietre ſieno fatte a mano; e tal credenza mi vien confermata da molti valentuomini, che per lunga età anno abitato nell’Indie di quà, e di là dal Gange, affermando, che elle ſon lavorate da certi Solitari, o Eremiti indiani idolatri, chiamati Iogui, i quali poſcia le portano a vendere in Diu, in Goa, in Salſetta, e ne fanno mercanzia per tutti quanti i luoghi della coſta di Malabar, e per tutte l’altre del Golfo di Bengala, di Siam, e di Coccincina, e per tutte le principali Iſole dell’Oceano Orientale. Ma più d’ogni altra coſa, che mi faccia ſtar forte in queſt’opinione ſi è, che Voi ſteſſo ancora, Virtuoſiſſimo Padre, non ne ſiete affatto lontano, come appunto pochi giorni fa ho potuto vedere nel voſtro dottiſſimo libro De triplici in natura rerum magnete, dove mentovando i ſerpenti cappelluti, e le loro pietre, nella ſeguente maniera ſaggiamente avete ſcritto. Qui autem huiuſmodi ſerpentes capiendi modum quam dexterrimè callent, ſunt Brachmani, & quos Iogues vocant, gentilitiæ ſuperſtitionis eremicolæ: longa ſiquidem experientia docti, vel ad primum ſerpentis pileati aſpectum ex certis ſignis norunt, qui lapide turgent, qui non, nec hìc ſiſtunt, ſiquidem comparata horum lapidum copia, contuſos, atque una cum reliquis ſerpentis partibus, addita nonnihil ex terra ſigillata, aut etiam, quam magni faciunt, terra melitenſi, in maſſam redactos, lapides efformant artificiales, cadem virtute, qua naturales, imbutos, quos deindè magno quæſtu advenis vendunt, ſecreti, lapidis conficiendi, ita tenaces, ut nullis aut precibus, aut obſequijs, propoſitiſque nummis, id advenæ extorquere poſsint. Vn’altro Padre Gieſuita così ne parla in certe ſue relazioni. Pondre a qui la virtud de otra piedra de cobra que ay en la India: llamaſe eſta, piedra de cobra de Diu: Es pequena, e tiene algunas manchas blancas: es echa de varias confictiones, y contravenenos; bazenla los Iogues, que ſon hombres gentiles y penitentes, y los encantadores de culebras, que moran en Diu. De algunas ſe dize, que naſcen en la cabeza de la culebra; però eſtas ſon verdes, y eſcuras: en verdad ſon piedras differentes d’eſtas artificiales, y todas tienen la miſma virtud. Delle pietre verdi io non ne ho mai vedut,e ne provate; ma ſe anno la ſteſſa virtù dell’artifiziali mi ſanno con molta ragione dubitar fortemente del lor valore. Anzi ſto per dire, che mi riſolvo quaſi a credere, che queſte, e quelle ſieno affatto prive d’ogni virtù; e che quei Iogui ſieno della ſteſſa razza de’ noſtri ciarlatani, o cantanbanchi: concioſſiecoſachè vadano pe’ mercati dell’Indie, facendo moſtra de’ ſerpenti cappelluti, e gli portino avviticchiati al collo, e alle braccia; ma però (come afferma Garzia da Orto) avendo prima cavato loro tutti i denti, e avendogli ſpogliati d’ogni veleno: E può eſſere (ed è mia immaginazione) che da queſti ſerpenti, in così fatta guiſa preparati, ſi facciano poi mordere, e medichino quelle morſure con le pietre, e così dieno ad intendere per vera la falſa virtù di eſſe. Serpentes cobras de cabelo, ſcrive Garzia nel capitolo del legno ſerpentino, circumferre ſolent Circumforanei quidam (Iogues appellant) ſtipem emendicantes, & cineribus ſe ſe aſpergentes, ut hac ratione venerandos ſe ſe ſanctimoniæ titulo vulgo præbeant. Circumeunt iſti omnes regiones, & non nulli ex ijs circulatorum munere funguntur, geſtantque hos ſerpentes, quos demulcere ſolent, & collo aptare (prius tamen exemptis dentibus) vulgo perſuadentes, eos ſe incantaſſe, ne nocere poſsint.

Ma biſogna pure, potrà dir qualcuno, che queſte pietre abbiano una certa, non ſo quale, amicizia, o inimicizia col veleno; e che tra eſſe ed il veleno, vi ſia un non ſo che di corriſpondenza, vedendoſi chiaramente, che ſi appiccano tenacemente a tutte quante le ferite attoſſicate. Non ſi può negare, che non ſi attacchino, ma egli è ben neceſſario di poi ſoggiugnere, che elle ſi attaccano alle ferite non avvelenate, ed a tutte le parti del noſtro corpo, che ſieno di ſangue molli, o di altro liquore bagnate, per quella ſteſſa ragione, per la quale ſi appiccano i panellini di terra ſigillata, e tutte quante l’altre maniere di bolo. In ſomma, rimango ſempre più ſtordito di tante menzogne, che giornalmente ſi ſcrivono, e ſi narrano intorno a que’ medicamenti, che dalle terre d’oltre mare, e dagli altri più lontani, e men conoſciuti paeſi nelle noſtre contrade ſon portati, poco importando ſe ‘l falſo, o ‘l vero ſi racconti, purchè nuove coſe, inaudite, e quaſi quaſi miracoloſe ſi rapportino; immaginandoſi ogni uomo per queſta via di renderſi più coſpicuo, e più ragguardevole, e d’eſſere ſtimato più dotto degli altri dal ſemplice volgo, che crede queſte baje con quella ſteſſa fede, con la quale i rozzi Caſtellani di Certaldo crederon veri gli effetti della penna, e de’ carboni moſtrati loro da quel ribaldiſſimo ingannatore mentovato dal Boccaccio nel Decamerone.

(…)


REDI, Francesco. Esperienze intorno a diverse cose naturali, e particolarmente a quelle, che ci son portate dall’Indie fatte da Francesco Redi e scritte in una lettera al reverendissimo padre Atanasio Chircher della Compagnia di Giesu. Firenze, 1671.


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